Bellezza, sviluppo e altre storie

rodolfo_baggio

Qualche tempo fa, chiacchierando al bar con l’amico Vincenzo Moretti, si rifletteva sul fatto che vivere in un ambiente “bello” potesse avere un significato più profondo e importante che non solo quello (peraltro pregevole) di soddisfare il nostro “animo estetico”.

(NB se qualcuno ancora crede che la chiacchiera da bar sia sinonimo di chiacchiera futile si guardi i primi minuti di Steven Johnson al TED (https://www.ted.com/talks/steven_johnson_where_good_ideas_come_from) o si legga il suo libro: Where good ideas come from)

Con un po’ di studio abbiamo trovato che in effetti la bellezza può avere un grande significato, e che può essere un motore potente per sviluppare creatività, innovazione e in ultimo quello sviluppo economico, ma soprattutto sociale, che pare essere oggi quasi un’ossessione. E quando si parla di bellezza si intende non solo quella riconosciuta a livello individuale, ma quella dimensione sociale e condivisa che nasce dalla nostra voglia di condividere. E le esperienze condivise di bellezza sono forme di comunicazione incredibilmente intense.

Ne abbiamo parlato abbastanza a lungo (qui: http://nova.ilsole24ore.com/frontiere/la-bellezza-che-moltiplica-lo-svilluppo/ e qui: https://mpra.ub.uni-muenchen.de/66194/). Per farla breve, affermiamo che un ambiente bello (esteticamente gradevole) è un elemento essenziale, unito ovviamente a una certa “preparazione della mente” (come osservava bene Poincaré un secolo e mezzo fa), per favorire quella capacità di mettere insieme stimoli e indizi diversi e ricombinarli o riconfigurarli per farli diventare nuove idee, nuovi prodotti o simili. Serendipity si chiama, ed è una delle spinte più potenti nella generazione di nuove idee.

Se a questo aggiungiamo la voglia di fare bene le cose, di lavorare bene perché, come l’amico Moretti nota, “ciò che va quasi bene non va bene”, allora si può chiudere il cerchio e sostenere che l’equazione bellezza-creatività-innovazione-sviluppo non è solo una bella fiaba, ma un assioma sul quale si può costruire parecchio (molti esempi di storie di lavori ben fatti sono qui: http://www.lavorobenfatto.org/racconti/).

Ricordo bene le cose fatte di qualche anno fa e le presentazioni dell’allora direttore dell’APT Francesco Tapinassi, che aveva iniziato un processo virtuoso spingendo sull’utilizzo “razionale” del mondo virtuale. La sua soddisfazione di essere “quello che ha fatto sparire da internet Maremma Maiala” [http://www.officinaturistica.com/2011/03/il-social-day-di-maremma/] è anche quella di tutti coloro i quali ritengono, come me, che un lavoro serio, ben fondato e coraggioso porti i suoi frutti.

Quel lavoro poi è stato continuato da altri sul territorio e soprattutto da personaggi come Robi Veltroni (e non lo cito perché è un amico o mi ospita qui) e dal quel “gruppo di pazzi” dei Maremmans.

Si, perché un po’ pazzi bisogna esserlo. O meglio, un po’ meno legati al solito tran-tran, un po’ più vogliosi di provare, di metterci la faccia e l’anima, di sbagliare anche. In pieno spirito internettiano. E internet, nella sua ormai quarantennale storia, ha mostrato molto bene che la sperimentazione, la curiosità, la creatività, il pensar fuori dagli schemi consolidati e la capacità di collegare mondi diversi sono elementi vincenti.

Se poi caliamo queste possibilità in un ambiente bello come quello maremmano, allora possiamo essere ottimisti.

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